L'asimmetria è manifesta. Se partecipo a una manifestazione di piazza e pochi o molti violenti scatenano una guerriglia urbana, anch'io, che pacificamente ho aderito all'iniziativa, sono responsabile per la polizia di quella guerriglia. Se, al contrario, ho addosso una divisa di poliziotto, il criterio che stringe in un solo nodo, con le stesse responsabilità, e i pacifici e i violenti non vale più. Anche se sono in servizio in una caserma dove si torturano gli arrestati, anche se sono nella stessa stanza a pochi metri da quel castigo ingiusto, non mi può essere attribuita la responsabilità dei trattamenti inumani inflitti da altri.
No, occorre che ogni gesto degradante (naturalmente provato) abbia un suo responsabile diretto (naturalmente identificato in modo inequivocabile). Una fortunata coincidenza ci mette sotto gli occhi, nelle stesse ore, gli esiti del nuovo "diritto diseguale". A Roma il procuratore generale della Cassazione definisce "deviata" una cultura poliziesca che, identificando una persona che partecipa a una manifestazione, le attribuisce "tutti i reati commessi durante la manifestazione" (è accaduto l'11 marzo 2006 a Milano, in Corso Buenos Aires, durante una manifestazione antifascista). A Genova diventano pubbliche le motivazioni per le torture della caserma di polizia di Bolzaneto durante i giorni del G8, tra il 20 e 22 luglio 2001. E si legge che - non c'è dubbio - le violenze, le umiliazioni consumate in quella caserma e "pienamente provate avrebbero potuto ricomprendersi nella nozione di "tortura" delle convenzioni internazionali". Ma in Italia quel reato non c'è e allora bisogna accontentarsi di descrivere quelle prepotenze come "condotte inumane e degradanti". Sono comportamenti "che hanno tradito il giuramento di fedeltà alle leggi della Repubblica italiana e alla Carta Costituzionale, inferto un vulnus gravissimo, oltre a coloro che ne sono stati vittime, anche alla dignità delle forze della polizia di Stato e della polizia penitenziaria e alla fiducia della quale detti Corpi devono godere nella comunità dei cittadini". Epperò, dall'accertamento delle condotte vessatorie "non discende automaticamente che, di quelle condotte, debbano necessariamente rispondere tutti gli imputati". Ne risponderanno individualmente soltanto i responsabili diretti. "Purtroppo la maggior parte di coloro che si sono resi direttamente responsabili delle vessazioni risultate provate in dibattimento è rimasta ignota. Scrivono i giudici: il limite di questo processo è rappresentato dal fatto che quei nomi, quelle facce, gli aguzzini non sono saltati fuori "per difficoltà oggettive, non ultima delle quali la scarsa collaborazione delle Forze di Polizia, originata, forse, da un malinteso "spirito di corpo"".
Non c'è dubbio che il procuratore generale della Cassazione e i giudici di Genova abbiano ragione: la responsabilità penale deve essere personale. C'è però una differenza non trascurabile: da un poliziotto ci si attende una leale collaborazione nell'accertamento dei fatti, non "spirito di corpo", non complicità, non omertà. Quei poliziotti, che hanno violato la Costituzione nelle vie di Genova, alla Diaz, a Bolzaneto avrebbero dovuto essere trascinati dinanzi al giudice dai loro stessi commilitoni. Al contrario, la storia dei processi di Genova è una parabola sempre uguale di connivenze, silenzi, reticenze, favoreggiamento, fughe dal processo come quella promossa proprio in questi giorni da un questore accusato di falsa testimonianza con l'allora capo della polizia Gianni De Gennaro. Se la polizia vuole finalmente chiudere con la verità una pagina di vergogna della sua storia, come ha promesso di fare il capo della polizia Antonio Manganelli, non ha che da rendere concreto il suo impegno accompagnandolo con l'agenda ragionevolmente proposta dal "Comitato verità e giustizia per Genova". Scuse formali dei vertici dello Stato alle vittime degli abusi e a tutti i cittadini; collocazione immediata dei condannati a ruoli che non comportino una relazione diretta con i cittadini; massima collaborazione con la magistratura per le inchieste ancora aperte. Da parte sua, il Parlamento discuta al più presto proposte di legge di "riforma" delle forze di polizia: l'obbligo per gli agenti in servizio di ordine pubblico di indossare codici d'identificazione; l'istituzione di un organismo indipendente cui denunciare eventuali abusi delle forze di sicurezza. Sono strumenti diffusi in molti paesi europei. Si può concordare che "l'esperienza di Genova dimostra che il nostro paese ne ha bisogno".
GENOVA - A Bolzaneto i detenuti vennero torturati, le testimonianze delle vittime furono circostanziate e addirittura "prudenti", ma i giudici devono condannare in base a condotte criminose per delineate, che non possono essere influenzate dal clima politico. E' questa in sostanza, e ad una prima lettura delle 441 pagine, il succo delle motivazioni della sentenza sul processo di Bolzaneto.
La sentenza, quest'estate aveva deluso chi si aspettava condanne esemplari per la vergogna del carcere speciale del G8 bollato come luogo di torutra da Amnesty international. Il tribunale presieduto da Renato De Lucchi pronunciò una sentenza di condanna per 15 persone e 30 assoluzioni, comminando pene variabili fra i 5 mesi e i 5 anni. I reati contestati agli imputati, a vario titolo, erano abuso d'ufficio, violenza privata, falso ideologico, abuso di autorità nei confronti di detenuti o arrestati, violazione dell'ordinamento penitenziario e della convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali .
Nelle motivazioni i giudici spiegano che "la mancanza, nel nostro sistema penale, di uno specifico reato di tortura ha costretto l'ufficio del pm a circoscrivere le condotte inumane e degradanti (che avrebbero potuto senza dubbio ricomprendersi nella nozione di tortura adottata nelle convenzioni internazionali)".
E più avanti sottolineano che "anche in questo processo, quantunque celebrato in un'atmosfera caratterizzata da forti contrapposizioni politico-ideologiche sia sui mezzi di informazione che nell'opinione pubblica, sono stati portati a giudizio non situazioni ambientali o orientamenti ideologici, bensì, ovviamente, singoli imputati per specifiche e ben individuate condotte criminose loro attribuite nei rispettivi capi di imputazione, che costituiscono la via maestra da cui il giudicante non deve mai deviare, pena la violazione dell'altro cardine del nostro sistema di garanzie processuali rappresentato dall'art. 24 della Costituzione".
Per la Cgil saranno “licenziamenti mascherati”. Non inseribili in alcuna statistica, per il semplice motivo che chi perderà l’occupazione, da un punto di vista formale non ha mai avuto un vero impiego: si è trascinato per mesi, o per anni, inquadrato da quei contratti che rientrano nel’immenso calderone dei lavori atipici o comunque a tempo determinato. Una vita da precario che (portata alla ribalta in questi giorni dalle proteste del mondo della scuola) riguarda sempre più famiglie italiane e tutti i settori della vita economica. «La verità è che queste persone, fino ad oggi, sono arrivati a fine mese con uno stipendio - accusano i vertici liguri della Cgil - e invece al 31 dicembre molti di loro non avranno più nulla».
La sala gremita l’ha detto senza parlare: il popolo della Sinistra c’è e ha voglia di un soggetto politico che lo rappresenti, ma oggi non domani. E’ questo il segnale più chiaro che traspare all’assemblea pubblica di ieri 22 novembre promossa dal gruppo della costituente della Sinistra genovese, nei locali del Cral autorità portuale: basta con i tentennamenti, facciamo presto e costruiamo un partito di Sinistra completamente nuovo, senza i verticismi del passato, partecipato e plurale, che sa dare le risposte adeguate alla società d’oggi, senza riesumare paradigmi obsoleti o chiudersi in vecchi recinti.
In sala tanti volti noti della politica genovese, fra i quali l’assessore comunale Bruno Pastorino, i consiglieri Arcadio Nacini e Bruno Delpino, il segretario provinciale del PD Victor Rasetto.
L’incontro si è articolato con una serie d’interventi qualificati, per tentare di rappresentare una parte delle richieste della società, che dovrebbero trovare risposte in un nuovo partito di sinistra.,
Simone Leoncini, che rappresenta i vendoliani a Genova, ha raccontato il percorso che ha portato alla nascita del comitato per la costituente della Sinistra, un cammino iniziato con la sinistra al governo e concretizzato adesso, a pochi mesi dalla “caporetto” elettorale.
Anna Cometti, insegnante di scuola primaria, ha illustrato alcuni aspetti della “riforma Gelmini” dal punto di vista di chi tal malsano intervento legislativo lo subirà.
Andrea Viari, militante del “Network Giovani della Sinistra”, ha illustrato all’attenta platea il lavoro di questo gruppo di ragazzi che quotidianamente portano avanti gli ideali di sinistra con iniziative sul territorio.
Particolarmente atteso e apprezzato dalla platea è stato l’intervento di Silvio Ferrari, nome storico della sinistra genovese e non solo, da ben 10 anni fuori dal dibattito partitico, che con assoluta onestà intellettuale ha confessato di aver ceduto alle lusinghe del voto utile in Aprile, ma che ora è profondamente deluso della scelta fatta ed ha aderito con entusiasmo alla Costituente. La sua ricetta per costruire la Sinistra prevede una rottura decisa col passato, per proiettarsi in questo secolo con un partito nuovo, con profonda alternanza al suo interno, per creare una vera sinergia fra chi fa volontariato e chi ricopre delle cariche. Ferrari ritiene sia necessario radicalizzare il nostro linguaggio, per far capire che siamo diversi: non dobbiamo cercare il consenso della destra, ma indicare un’altra via.
DOCUMENTO PRESENTATO ALL'ASSEMBLEA DE "LA SINISTRA" GENOVESE IL 22/11/2008
Costituente, Associazione, Soggetto politico. Non comprendiamo perché si abbia timore, perché ci siano tante remore a pronunciare una parola chiara: Partito. Cioè l’organizzazione di cui ha bisogno una parte non marginale della società italiana, di cui abbiamo bisogno noi per costruire, verificare, migliorare e accrescere il nostro progetto politico.
Questa costruzione, questa verifica, questo miglioramento sono possibili solo entrando in rapporto con tutti coloro, e sono davvero tanti, che si trovano, delusi e amareggiati, all’esterno delle formazioni politiche dalle quali proviene una buona parte di noi, e che è possibile coinvolgere solo con decisioni certe e non pasticciate o timide sulla vera natura del progetto. Ci convince della giustezza di questa scelta la considerazione che già il nostro progetto genovese e ligure si è arricchito con il contributo di coloro che vi hanno aderito provenendo da esperienze non identificabili con precedenti collocazioni partitiche.
La necessità da più parti avvertita è quella di avere un partito di sinistra che non si autocondanni, a causa della scelta di privilegiare identità tanto desuete quanto rispettabili, all’opposizione permanente: logica che assolutamente non è in grado, in generale e ancor più nella specifica situazione italiana, di garantire ai lavoratori e agli strati deboli della società una minima tutela delle condizioni di vita così duramente messe in discussione dalla destra e dalla dimensione della crisi.
Da quì la necessità di un partito di sinistra che, godendo di un consenso adeguato e crescente, possa condizionare le scelte del Partito Democratico non soltanto sul piano locale o territoriale, ma sul piano nazionale. Di un partito che sia capace di porre con energia le questioni sul tappeto, anche di alzare la voce quando occorra, che sia in grado cioè di non lasciare all’IdV il monopolio della protesta, che ne accresce i consensi, a scapito della Sinistra stessa. L’accelerazione è assolutamente necessaria perché la prossima scadenza elettorale delle europee, che in diverse zone del paese coinciderà temporalmente con importanti elezioni amministrative, ci dovrà vedere presenti con un partito e un simbolo, per poter già in quella occasione misurare il consenso che saremo capaci di ottenere. Oltre tutto, il non farlo aprirà una serie di opinioni negative sull’operato dei gruppi dirigenti che lavorano intorno al progetto, perché i ritardi della decisione e alcune inopportune manovre tese a costruire eterogenee e incomprensibili ammucchiate fanno pensare a penosi tentativi di garantire strapuntini di rappresentatività che non fanno certo identificare la nostra volontà di cambiamento, quando addirittura non la mortificano.
Decisiva a tale riguardo è poi la decisione, che ci auguriamo condivisa e pienamente attuata, di praticare fin da subito metodi di limpidezza e trasparenza nella costruzione provvisoria di gruppi dirigenti locali, territoriali e nazionali, che dovranno essere informati a criteri di scelte partecipate, a rotazioni, a limitazioni rigorose nei tempi dei mandati rappresentativi e degli stessi incarichi direzionali, alla rigorosa parsimonia delle eventuali retribuzioni, là dove il volontariato non potrà essere capace di assolvere a tutti i compiti che un partito richiede.
“sulla macelleria messicana” scoppia la polemica, diventa indispensabile la commissione d’inchiesta.
La posizione di Sinistra Democratica Genova
Amnesty International ha definito i fatti della Diaz come la più grave sospensione delle garanzie costituzionali in Europa dalla fine della Seconda Guerra mondiale. Cosa significa? Significa che sono stati violati alcuni dei principi più alti dello Stato di diritto, impressi nella nostra Costituzione. E questo significa che i loro autori hanno commesso qualcosa di più dei semplici reati che sono stati ritenuti commessi e punibili in questo processo. Non si è trattato cioè di una semplice aggressione su persone inermi, ma del fatto che una parte dello Stato, nelle persone di chi commisero il fatto (che portavano una divisa che quello stesso Stato rappresenta), violò quei principi. Un segnale di allarme sulla mancata interiorizzazione dei valori posti alla base della nostra società, che ci fa interrogare sui percorsi di reclutamento e formazione dei nostri “concittadini in divisa” Costoro lo fecero autonomamente o altri li indussero a farlo? I giudici parrebbero aver escluso questa ultima ipotesi. E questo perché ogni procedimento indiziario parte da una premessa e giunge a delle conclusioni (logiche, diremmo) che prefigurano un percorso. Che parte da premesse di tipo culturale, cioè dalla considerazione che quel gruppo di poliziotti non era un gruppo di teppistelli o poliziotti impazziti assetati di vendetta per le frustrazioni subite in quei giorni. Questo avrebbe portato a conclusioni ben diverse. La condivisione delle considerazioni fatte avrebbe confermato il giudizio di Amnesty International, e si sarebbe, inevitabilmente, tradotta in una premessa di tipo politico (nella sua accezione più alta ovviamente): ma i giudici, in Italia, da sempre, aborriscono le premesse politiche, proprio per evitare di essere tacciati di non essere giudici liberi, bensì in qualche modo condizionati politicamente. Restano alcune considerazioni da fare: la prima attiene alla natura delle pene, deprecabilmente miti, proprio in ragione delle considerazioni su espresse. Non dimentichiamo la natura delle lesioni inferte e la loro gravità. La seconda riveste un’importanza infinitamente maggiore. La scelta di non aver voluto nominare una commissione parlamentare di inchiesta costituisce davvero un’occasione mancata. E questo soprattutto perché ha negato all’origine la possibilità di esprimere (al riparo della scure della prescrizione, che inevitabilmente si abbatterà su questo processo e i suoi capi di accusa), un giudizio politico sugli avvenimenti di quei giorni. Affidare alla Magistratura il compito di affrontare non solo gli aspetti giuridicamente rilevanti di questa vicenda, ma anche gli aspetti più propriamente politici, è stata una forzatura inaccettabile ed insieme un grave errore di valutazione politica.
GENOVA - Assolti per i fatti della scuola Diaz dal tribunale di Genova i tre funzionari di vertice della polizia di stato, Franco Gratteri, oggi direttore centrale anticrimine, e Gianni Luperi, oggi numero tre dell'Aisi, e Gilberto Calderozzi, oggi direttore del servizio centrale operativo della polizia.
Sono stati assolti 16 dei 29 imputati al processo per i fatti della scuola Diaz, in occasione del G8 del 2001. Le condanne sono state invece 13 per un totale di 35 anni e sette mesi.
Alla lettura della sentenza per i fatti della Diaz, dopo 11 ore di camera di consiglio, in aula si e' levato il grido ' vergogna, vergogna!' dai settori del pubblico.